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Traslochi per sempre

7 dicembre 2011

Qui.

"Al tempo de li dei falsi e bugiardi"

18 ottobre 2009

Ho fatto un salto attraverso la rete intricata dei miei pensieri. Sono uscita da me stessa e mi sono voltata di scatto: io e il mio passato di fronte. Un’orchestra di solisti stonati in palese disaccordo musicale. Ed io li ho guardati in faccia uno per uno, sfidandoli uno per uno, e nei loro occhi ho visto tante versioni di me, tante donne diverse. Qualcuna nemmeno familiare nonostante fossi inequivocabilmente io. E’ che non possiamo conoscere veramente chi abbiamo di fronte, o accanto. Siamo spesso un mistero per noi stessi: figurarsi se possiamo conoscere gli altri. Io sono io ininterrottamente da cinque decenni. Ininterrottamente, salvo gli stacchi necessari dovuti alle ore dedicate all’oblio. Io: una lunga striscia di carta arrotolata  di giornale, fitta di episodi e storie e delusioni epocali. Ferita in amore, ma anche in amicizia, e gli sfregi all’amicizia fanno anche più male degli altri, perchè giungono inaspettati. Così ti accorgi di esserti fidata per anni di chi per anni ti ha mentito. Di chi per anni mi ha mentito. Mentito a me sincera leale euforica disforica abbattuta testa matta donna su cui scommettere donna su cui non scommettere corpo per una botta e via corpo tempio di vita amica del bel tempo femmina per i giorni feriali femmina per la domenica e le fottute feste comandate. Temo di avere la nausea: troppi pensieri affastellati, e un dispiacere per ogni pensiero. C’è un affollamento pazzesco nello stomaco e nella testa. Vorrei vomitare anni di sconforto e disinganni mentre  mi stavo fidando. Mentre stavo credendo alle parole di chi mi sorrideva senza nemmeno sapere che esistessi.

Van Der Graaf Generator-Killer

Castelli di sabbia

14 giugno 2009

Me ne sto qui a guardarmi intorno con il senso di incompletezza che oramai mi accompagna come una seconda pelle.

Tutto, intorno, sembra fin troppo normale. Tutto fin troppo irreale. Non è piangersi addosso, chè per piangere ci sarebbero centinaia di motivi al mondo.

E’ il solito cercare di capire per dare un senso a tutto, perchè se niente ha senso non ne ha nemmeno la mia vita.

Sempre avuta, la tendenza all’introspezione hard, ma col passare del tempo, e della possibilità di riuscire a darmi delle risposte, quella che era un’inclinazione sta diventando qualcosa di sicuramente angosciante, di vagamente ossessivo.

E’ come se i miseri risultati di ripetuti tentativi si sgretolassero come i castelli di sabbia che costruiscono i bambini, distrutti da piedi stupidamente crudeli.

Gli slip del mio costume da bagno hanno stampato un monogramma sul fianco sinistro: LS, che non ha a che vedere con la marca.

Giuro, giuro, giuro che vorrei cancellare con una manata rabbiosa questi ultimi dieci anni di vita, come fossero oggetti inutili sul piano di un tavolo.

Giuro anche che non meritavo tutto questo.

Therion – An arrow from the sun

Anni randagi

11 giugno 2009

Nella casa aperta dopo mesi ci rimango lo stretto necessario: il tempo di infilare un costume da bagno, di prendere la sacca, il telo e un solare a protezione bassa, tanto  sono la figlia chiara di due nordafricani.

La casa al mare è il mio guscio di lumaca, un guscio che a volte lascio dietro di me con decisione: troppi volti, e parole, e voci. Le mie “voci di dentro”. Negli anni. E i miei anni iniziano ad essere una cifra. Sono così tanto affollata di ricordi che ho l’impressione di non avere più spazio per altro, in me.

E la polvere irrinunciabile della mia soffitta mentale mi accompagna mentre cammino verso la spiaggia. La stessa sulla quale mi portava mia madre quand’ero piccola e malaticcia, ma così vispa e ciarliera da diventare l’attrazione dei bagnanti. Ai tempi in cui i bagnanti erano poche decine.

Oggi sono sola quasi a perdita d’occhio. Temo l’arrivo della famiglia di ieri, e la compagnia che m’ha tenuto. Dopo un po’ d’attesa ho alzato l’indice al cielo, e mi sono infilata gli auricolari dell’ipod nelle orecchie.

Mio padre ha comprato dei fiori nuovi per il giardino, e so che li ha comprati per me. Ci teneva che li vedessi, ed io li ho addirittura fotografati. Queste oramai sono finezze in disuso, signore e signori. Queste sono perle da immortalare in tutti i sensi, perchè io sono una ragazzina di cinquant’anni, mia madre ne ha settantasette e mio padre dodici più di lei. E quando non ci saranno più sarò per forza di cose il pilastro unico di me stessa.

A loro devo tanto. A loro devo tutto. Tutto ed il suo contrario.

L’aria non è fina come nelle giornate di tramontana.Il vento di scirocco accarezza la pelle con le sue mani umide e un po’ sporche. Mani che sanno di risacca, di olio solare, di reti e corde per ormeggi.

Guardo dei bambini che giocano lontano.

Si avvicina un ragazzo di colore. Il decimo in un’ora, più o meno. Ha una luce, negli occhi, o così mi sembra. E’ indiano, si chiama Ashif Zaman (me l’ha scritto sulla moleskine) ma tutti lo conoscono come Prince. Mi dice che dalle sue parti molte donne si chiamano Nita. Chiede educatamente se può sedersi sul mio lettino. Parliamo del bene  e del male, un po’ in italiano un po’ in inglese. Parliamo di Dio e di Allah. Lui è credente, io sono quella che oramai conoscete, all inclusive.

Mi chiede se ho un uomo, e subito dopo si scusa per avermi posto una domanda del genere. Gli rispondo che non c’è problema, per la domanda, ma quando gli dico che sono sola fa finta di non credermi. ” Allora tu vieni con me”, e sorride, ed io sorrido di rimando perchè dichiara ventotto anni, ma a me sembra poco più grande di mio figlio.  E sorrido perchè quel quadretto che rappresentiamo in quel momento, Prince ed io, ha dell’irreale.

Bello è bello, come riescono ad esserlo certi indiani, e ha addosso un buon profumo. Ma a me viene da ridere dentro, come tutte le volte che qualcuno mi fa un complimento, o è troppo gentile con me. Il ragazzo è musulmano, quindi una divorziata di cinquant’anni (giuro, non ci voleva credere, e questo l’ho scritto per purissima vanità femminile) che in due pezzi fa ancora la sua santa figura deve apparirgli come una sorta di nave scuola.

Peccato che io sia l’esatto contrario, e che dia pochissima confidenza di un certo tipo. Alla fine Prince se ne va con l’ultima banconota da venti euro che mi era rimasta nel portafogli, data in cambio di un anello e di un braccialetto di acciaio. Mi regala un ciondolo, una piastrina con un geco, dicendo che mi porterà bene perchè sono bella e buona. Ed io, ogni volta che mi dicono cose del genere, penso che se non mi stanno prendendo per i fondelli  sono ciechi, pazzi o almeno scemi. Perchè va bene, non sono uno scorfano, ma la bellezza, spesso, è negli occhi di guarda. Per non parlare della bontà.

Agghindata come la madonna del Rosario mi avvio verso casa, dove mi aspettano i jeans, la borsa e i sandali di rappresentanza.

Dopotutto la solitudine è un limite, ma anche una risorsa.

Neffa – Passione

Madre di un figlio, madre di un blog

7 giugno 2009

Per un attimo, mentre qualche ora fa tornavo a casa in una notte limpida, illuminata da una luna enorme, ho formulato  idee che avrei voluto riportare qui, visto che questo è il mio diario. Poi ci ho rinunciato, non per timore di essere giudicata folle, quanto perchè, rientrata, m’è mancata perfino la voglia di indossare la camicia da notte. E allora mi sono distesa sul letto a pensare.

I miei programmi non sono mai solo miei, ma sempre affare di qualcun altro. E qui dovrei essere costretta a riallacciarmi ai pensieri di stanotte, ma preferisco sorvolare.

Adesso che ho un po’ di pace e silenzio intorno, voglio fissare due punti.

Uno. Figli e malattie mentali.

Scrivendo delle mie impressioni sul film di Bellocchio, mi sono soffermata a pensare al disamore che alcuni genitori nutrono verso i figli. Passino  mogli o amanti: dopotutto hanno sangue estraneo. Ma un figlio no. E allora mi son messa a spulciare in rete, venendo a scoprire che il Duce è in buona compagnia. Di chi? Innanzitutto nientepopodimeno che del Migliore, quel Palmiro Togliatti che nel 1925 ebbe  dalla moglie Rita Montagnana un figlio, Aldo. Un ragazzo con dei problemi, ma molto intelligente, messo sempre in disparte perchè non normale. Allevato in collegi destinati ai figli dei comunisti esuli nell’URSS. Un ragazzo che tornò in Italia nel 1947, giusto in tempo per assistere all’abbandono di sua madre da parte del padre, che si era innamorato di Nilde Jotti, con la quale adottò una figlia che sarebbe diventata psichiatra. Ironia della sorte, no?

Aldo Togliatti è ancora vivo, ed è ricoverato in una casa di cura di Modena.

Poi c’è un altro pater dal cuore buono: il capodinastia dei Kennedy, Joseph, che fece internare in un istituto  Rosemary, la terzogenita, nata nel 1918. Dissero che la bambina fosse ritardata, ma i diari  hanno sempre dipinto il ritratto di una ragazza sveglia. Forse troppo. Divenne ben presto una donna vivace e ribelle, con una vita sessuale tendenzialmente molto attiva. Fu così che mamma Rose non potè fare più nulla per proteggerla, e il patriarca la fece lobotomizzare nel 1941. Per evitare scandali.

Il figlio JF, anni dopo, sarebbe diventato Presidente degli USA e  gran puttaniere. Ma questo non era importante: ad un uomo era ed è concesso tutto.

La povera Rosemary, ridotta ad essere un vegetale a soli ventitre anni, fu rinchiusa in un istituto del Wisconsin, ed è morta quattro anni fa. Negli anni ’60 fu aiutata dalla sorella Eunice, che cercò di coinvolgerla in alcune attività benefiche.

Avrei tanto da aggiungere, di mio, ma sto troppo male per poter solo azzardare l’ipotesi di un giudizio. E qui mi collego al punto due. Lascio o raddoppio?

E’ da un po’ che mi frulla nella testa l’idea di cancellare il blog, ma poi, quando sto per cliccare su delete, la mano mi si paralizza: in fondo in queste pagine e in questi anni ho profuso buona parte della mia anima. Mi spiace immensamente di non riuscire ad interagire con voi come una volta. Leggo sempre tutti i commenti, ma non riesco a rispondere. Mi dico che è un’altra fase particolare, e che passerà. Forse passerà davvero. Forse no.

E’ che gli ultimi dieci anni della mia vita sono stati molto, molto duri, praticamente un colpo dietro l’altro: il deja vu di quello che mi accadde nei primi anni ’80, e che mi fruttò una bella depressione con i controcazzi. Oggi sono più forte e consapevole. Oggi ho un figlio che ha bisogno di me e che, pur togliendomi gran parte della mia libertà, per il semplice fatto di esserci mi obbliga ad accantonare certe scelte. Almeno per il momento.

Quindi il blog rimane qui, e rimango anch’io, sebbene meno presente. Vorrei affidarne il timone ad una delle persone alle quali voglio più bene in assoluto, ma mi ha rifilato una sola già una volta. Se riesco a convincerlo può essere che vi capiti di leggere lui al posto mio. Nel cambio il blog potrebbe guadagnarci.

Paolo Conte – Quadrille

Zabaione

6 giugno 2009

Stamattina, in ospedale per via di applicazioni di onde d’urto alle quali mia madre si sta sottoponendo per dei seri problemi ai tendini, mi sono trovata di fronte un ortopedico uguale a Nanni Moretti. Pochi sorrisi, ma estrema gentilezza   e disponibilità a spiegare patologia e cura con dovizia di particolari. Il medico ideale per una donna curiosa,  attenta e un po’ petulante come me.

Le onde d’urto, normalmente applicate per la litotrissia renale, sono dolorose perchè trasmettono all’organo bombardato delle manipolazioni interne, come se ad agire fossero dei ferri chirurgici. Mentre aspettavo che l’applicazione cessasse, mi sono chiesta che cosa accadrebbe se le onde d’urto fossero trasmesse al cervello. Ovviamente mi son guardata bene dal chiederlo a Nanni Moretti: probabilmente mi avrebbe guardato come, normalmente, si guarda una persona fuori di testa. Però  sto continuando a chiedermelo ancora.

Uscite dall’ospedale ho fatto fermare mia madre, per non farla stancare troppo, e ho attraversato una piazzetta alla ricerca di un bancomat. Al ritorno la genitrice, normalmente molto parca di complimenti, mi fa:” Sai che sei bella? Hai anche un bel portamento e cammini con grazia. E dimostri poco più di quarant’anni. Hai solo qualche chilotto in più”. L’ho guardata con gli occhi fuori dalle orbite.

Il ritorno a casa è stato segnato da un dolore insistente all’articolazione scapolo-omerale sinistra, che mi ha creato qualche problema alla guida. Ma sono arrivata, anche se stanca, irritabile e scazzata.

E la signora delle pulizie, che più che pulire habla, habla e, quel che è peggio, non si fa mai i fatti suoi. E il gelato al latte di riso, che farebbe vomitare anche un maiale. E le scaramucce con l’unno e le sue sempre più pressanti richieste di indipendenza.

Ho bisogno di una settimana di relax estremo alle terme: c’è qualcuno che vuole venire con me?

Bjork – Come with me

Pensieri e parole

5 giugno 2009

Appare illusoria

come la vicinanza

a portata di mano

di una luna immensa e incandescente.

Appare illusoria

la memoria di un amore

che si faceva chiamare col nome  sbagliato.

Ho nutrito i miei pensieri

con la linfa delle fiabe

ho ascoltato racconti di respiri lontani

di alberi e stanze che non vedrò mai.

Se l’amore ha il suo nome

e non ha rubato il nome ad altri

non può aver paura di una voce.

Se costruisce dighe o barricate

si è sporcato d’ingiustizia

ed era finzione ingenua

quella del carcerato

che vede il sole oltre le sbarre.

Posso contare mesi ed estati

posso contare parole e ciò che mi abitava

-ciò che abitava me e me soltanto-

Il non-amore vestito da amicizia

si informa -cortese-

chiede -educato-

saluta -formale-

Il non amore pianifica una vita

la sua

che non ha mai compreso me

se non durante un breve sogno.

Ed io

adesso che ci penso

non ho mai visto

sul suo corpo nudo

il baluginar dell’alba.


L’ho tirata fuori con parto distocico. L’avevo in mente da stamattina, ma a volte non ci si riesce a fermare per fermare i pensieri, come farfalle puntellate su un foglio di polistirolo.

E’ un’immagine sgradevole e violenta? Lo so.

E stasera, mentre qualcosa si riaffacciava, sgomitando fra sinapsi e neuroni in pensione, driiin...

Rispondo io, la segretaria ufficiale di questa casa.

La logorrea bonaria di mia madre mi investe come un diretto in piena faccia.

– Ci sono strani insetti in casa.

– Strani? Del tipo?

-Visibili ad occhio nudo, di forma allungata. Se li schiaccio lasciano macchioline rosse.

– Non li schiacciare, allora.

– Mica l’ho fatto apposta. Oddio. Tuo padre è al circolo e torna alle dieci. Che faccio?

Per qualche secondo mi chiedo se consigliarle di chiamare la protezione civile.

– Ce l’hai in casa un insetticida?

– Sì sì. E’ ecologico, non puzza nemmeno. E’ che…non so…anche se in casa entra una mosca un po’ più grande, o una falena…mi vengono in testa pensieri strani che cerco di scacciare.

– Che pensieri, mamma? Gli insetti sono insetti e non annunciano niente.

– Ecco.

– Appunto.

– Lo so, dico cose irrazionali, ma a volte è più forte di me.

– Non ci pensare, è una forma di ansia come tante. Anzi, ascolta. Prendi l’insetticida e spruzzalo davanti alla porta della stanza da letto. Mi raccomando: spruzzalo a forma di cerchio.

– Perchè?

-Lascia stare: scherzavo.

E se stasera ho voglia di scherzare nonostante quello che ho dentro, vuol dire che ho buone speranze di rinascere. Anzi di risvegliarmi: dopo sette anni di coma.

Rolling Stones – Angie