Skip to content

Caldo soffocante in un piccolo spazio circoscritto

4 giugno 2009

Facendo girare le ruote della mia auto a passo d’uomo, stordita fra storditi da un sole cocente a da un vento dispettoso (mai accoppiata fu più infelice), mi sono soffermata a guardare i faccioni dei nostri candidati alle provinciali. E che belle facce da provinciali, sui muri del paese. Uomini col vestito buono e la cravatta abbinata, donne freschissime di pelucadora, tailleur e un velo di trucco, chè troppo farebbe bagasce.

Quando la gente la conosci di persona non puoi non sorridere al cospetto di slogan pomposi:” Ce l’abbiamo e lo facciamo solo noi”. E noi sono tutti. Così dietro quella cravatta a disegnini piccoli batte il cuore del commercialista bonaccione ma pettegolo, e il rossetto color pesca della dottoressa probabilmente avrà sporcato il colletto della camicia immacolata dell’amante (dicunt) mentre lei sorride con la famigghia ed il parterre democratico che la sostiene.

E i pretini spretati di Casini, e i dentoni da castoro del mio amico ex aenne, adesso disciolto nel calderone delle libertà.

Li osservo con estremo distacco: se il paese mormora e qualcuno mi fa gentile omaggio di una chicca da bisbiglio nell’orecchio alzo la mano come una paletta. Alt: a me della vita privata dei miei simili non me ne frega un accidente.

Facciano quello che vogliono, anche adesso che ci rappresenteranno. Le loro beghe non mi riguardano: ho già le mie, e sono tante. Sto a loro come starei alla mummia del Similaun o all’alieno di Roswell. Spero che nessuno spenga i loro sorrisi di circostanza che rispetto, ma dei quali faccio tranquillamente a meno.

Tornando a casa, inebetita dal sole e da una notte completamente insonne, penso agli incroci, alle rotatorie che stanno piazzando dappertutto,  alla mia endemica incapacità di dare e farmi dare la precedenza.

Chiamatemi pure vecchio arnese, ma rimpiango i semafori. Verde: vai. Rosso: fermati. Giallo: prova, ma poi sono cazzi tuoi.

Sulla strada come nella vita.

Jethro Tull – Cheap day return

Donne che odiano gli uomini che odiano le donne

3 giugno 2009

Di solito alle casse del cinema ci sono tre o quattro ragazze. Ieri un uomo. Solo. 

Bene. Con mucho gusto mi avvicino e chiedo, serafica, “due biglietti per donne che odiano gli uomini, per favore”.

– Veramente è l’esatto contrario.

Mi scusi. Sarà stata colpa di Freud.

Ho pagato e preso i biglietti sorridendo lievemente come un angelo (cioè come si suppone possa sorridere un angelo, ammesso che gli angeli non siano solo iconografia).

Lungi da me il rischio di essere picchiata per aver fatto spoiler (o come diavolo si dice), mi sono goduta il film dalle prime battute all’ultimo fotogramma. Tantopiù che, pur essendone stata istintivamente attratta, avevo temuto un polpettone alla “Angeli e Demoni”. Niente di tutto ciò. Stieg Larsson batte decisamente Dan Brown. Anche se è morto misteriosamente  nel 2004.

Il film è credibile, duramente credibile. Ben strutturato, non presenta nemmeno un attimo di cedimento narrativo, e tiene lo spettatore incollato alla poltrona, ipnoticamente partecipe. La crudezza di alcune scene non è affatto superflua: la vita è cruda, molto spesso. Cruda in maniera inimmaginabile, bastarda, cattiva. E produce effetti su di noi, involontari protagonisti di canovacci esistenziali nei quali spesso ci troviamo intrappolati, nostro malgrado.

Si parla di odio:  ma l’odio cos’è?

Personalmente non lo contemplo:  non nel mio vocabolario personale. Molto spesso ho provato rancore, astio, rabbia e voglia di vendetta, ma mai odio, perchè l’odio, se è autentico e non millantato, altro non è che la gelida crudeltà di chi è affetto da gravissime patologie mentali.

Anyway, se siete ipersensibili e/o deboli di stomaco, è meglio che andiate a vedere “Una notte al museo 2”.

Traffic – John Barleycorn must die

Ciampi, mi manchi

2 giugno 2009

Buon due giugno, festa della nostra sgarrupatissima Italia. Ve lo auguro alla maniera di lei, che s’è persa nelle acque profonde della blogosfera.

pasta_tricolore_2

La bucolica

1 giugno 2009

Volevo condividere con voi il racconto, breve, di un’ora trascorsa questo pomeriggio.

Me ne sono andata in campagna a raccogliere ciliegie: le ultime rimaste su un albero superstite fra alberi superstiti di un piccolo frutteto in stato di semi abbandono.

L’acqua dei mesi scorsi è stata manna dal cielo: i piccoli frutti rossi occhieggiavano qua e là, ultime prede delle gazze.

In quella brevissima ora mi sono riappropriata delle mie origini contadine. Con la testa fra i rami del ciliegio e le braccia allungate, cercavo di raggiungere i rossi gruppettini sparsi. Sola con il rumore del vento tra le foglie. E come è naturale in questi casi, mi son vista passare sul nastro della memoria frammenti di ricordi risalenti a quando mio fratello ed io eravamo piccoli.

Nostro padre aveva acquistato dei terreni (quelli sui quali c’è ancora il vecchio frutteto) per una cifra all’epoca considerevole. Lui guadagnava bene, ma per quell’impresa aveva avuto bisogno di farsi prestare del denaro dagli zii (materni, perchè lui è figlio unico).

Ricordo le discussioni in famiglia, ma come echi lontanissimi. Nostra madre non era d’accordo: sosteneva che quei soldi si sarebbero potuti impiegare diversamente: magari viaggiando o arredando quella casa grande, ma tanto grande che noi bambini per anni potemmo permetterci il lusso di scrivere sulle pareti di una stanza tutta per noi: la stanza dei giochi.

E la mamma avrebbe dato chissà cosa per vederla arredata come soggiorno o sala da pranzo. Suo malgrado c’era sempre un ammodernamento da apportare a quella che stava diventando pian piano un’azienda, o altri ettari da comprare.

Francamente disinteressata da piccola, col tempo ho capito “le futili ragioni delle donne”, il bisogno di viaggi e socialità, il piacere di una casa ben arredata e, magari, di qualche regalino.

Cincinnato, nel tempo, mantenne tutte le sue promesse, ma quanto tempo sprecato…

E la vita è solo una.

Una donna, figlia di un uomo che aveva lavorato la terra per tutta la vita, non poteva comprendere perchè suo marito, professionista affermato, si fosse incapricciato di quella polvere rossastra che sporcava e si infilava dappertutto.

Eppure per quei viali circondati da alberi ormai altissimi riecheggiano ancora le risate e le parole dei ragazzini che siamo stati, e che adesso non esistono più.

Me ne sono stata in silenzio, oggi: perfettamente in pace con me stessa. E, credetemi, sono due cose rare: che io me ne vada in campagna, e che sia in pace con me stessa. Ho anche immortalato l’evento. Alcune foto le troverete al solito  posto. Altre, quelle degli autoscatti senza ritegno, son roba per amici amici o per estranei totali. Comunque sia, persone passate al setaccio di facebook.

Esattamente come mia madre non amo la terra, ma a volte mi succede di aver bisogno di sentire il vento fra gli alberi. E, intorno, il silenzio degli spazi aperti e della vita che passa in un attimo.

Dolores O’ Riordan – When we were young

Mi povra dona

31 maggio 2009

“Mi povra dona”. Dovrebbe essere torinese. Era una frase pronunciata dalla protagonista de “La donna della domenica”, un vecchio libro di Fruttero & Lucentini. Una donna della Torino bene, interpretata, nell’omonimo film, dalla bellissima Jacqueline Bisset.

Io non sono torinese e, forse, nemmeno una signora bene. Non sono bella come la Bisset e non appartengo alla ricca borghesia. Però sono una “povra dona”.

Stasera contavo sul film che avrebbe contribuito a rinfocolare la mia maldisposizione verso gli uomini, ‘sta razza de ‘nfami. Invece il film è saltato, causa figlio febbricitante. Siamo usciti a fare un po’ di compere comunque, perchè il signor fighetto ha voluto seguirmi lo stesso.

E, lo giuro, fino al momento in cui si è addormentato, non ha fatto altro che chiedere, chiedere, chiedere. “Tutto suo padre”, ho pensato, rimembrando le tragedie greche che seguivano i suoi piccoli malesseri. Mentre io, hard to die, interpretavo senza battere ciglio la Florence Nightingale della situazione, magari con la febbre a trentanove e una bronchite da vecchio fumatore.

“Caro, è l’ora dell’antibiotico”, al quale era associata la spremuta di arance freschissime, per la vitamina C. E tutto quello che seguiva, fino al servizio pasti a letto. Come all’ospedale.

Ho detto subito all’unno che se sta male davvero ok, se ne può parlare, ma che se si tratta di decimi, com’è adesso, o di blandi mal di testa, deve almeno usarmi la cortesia di non comportarsi come un moribondo.

Perchè io sono stata male molte volte, e mio marito ha sempre creduto che simulassi per ricevere attenzioni. Poi, nel letto, mi diceva:” Forse sei un po’ calda: hai misurato la temperatura”? E sfioravo i quaranta.

Nemmeno perdevo altro fiato a dirgli che per tutta la sera me n’ ero stata  intabarrata a tremare in una giacca di lana pesante.

E’ che il sesso forte siamo noi, cari miei. Vi piaccia o meno.

Adesso, mi raccomando, fiondatevi tutti qui in massa a dire che sono acida, strega e antipatica. 😉

Sapete cos’ha detto un vostro simile incrociato mentre faceva acquisti con sua moglie ed un neonato al seguito? ” Dimmi che esistono sonniferi per i bambini piccoli”, e aveva gli occhi sbarrati di chi non dorme da un bel tot di notti.

Avrei voluto rispondergli ” E questo è niente, caro il mio paparino”, ma mi sono allontanata sogghignando tra me e me.

Ammettetelo: siete biologicamente per-den-ti.

😉

Edoardo Bennato – La fata

Le pillole di Axel

30 maggio 2009

Un paio d’ore fa, mentre assumevo il mio cocktail di farmaci serali nel modo in cui  faccio sempre, mi è venuto in mente che due persone, che io sappia, lo fanno (o lo facevano) come me: mia nonna, quando c’era ancora, ed Axel Rose, all’inizio del video di “November rain”.

E dire che ridevo come una matta quando la poverina raccoglieva le compresse nel palmo della mano destra e le  lanciava, letteralmente,  in fondo alla bocca.

Guns n’ Roses -November rain *

*Potete fermare il video dopo quindici secondi, volendo. 🙂

Theatrical scenes

29 maggio 2009

Il Presidente del Consiglio è un porco. Come il novantanove per cento dei maschi. Gli piacciono le femmine, e ho scritto femmine non a caso, dal momento che le donne sono altro.

Probabilmente mollò la prima moglie per la giovane e bella Miriam Bartolini, in arte Veronica Lario. Ma poi anche le più  belle appassiscono, per certi maschi. E tirarsi su le natiche o le palpebre serve fino ad un certo punto: la carne fresca sa di fresco.

Ed ecco che, allora, essi rivolgono attenzioni ed altro a fanciulle ben più giovani: forse troppo, a volte.

Però, e lo scrivo sapendo che una frase non si inizia mai così, sono stanca di questo teatrino che, giuro, sarebbe stato perfetto come argomento di conversazione sotto gli ombrelloni, se non fossimo un po’ in anticipo. E mi fa ridere la scalata all’assurdo di chi difende ad oltranza e di chi ad oltranza condanna, come se aver scopato  una ragazzina pressochè maggiorenne fosse  la colpa più scandalosa.

Indubbiamente per la signora Lario lo è, ma credo sia sufficientemente sveglia per sapere che quel vizietto, in fondo, accomuna  e ha accomunato altri politici, nella storia. Bastian Cuntrari  ha ricordato lo scandalo Profumo, che vi consiglio di andare a leggere se siete nati intorno agli anni settanta.

Tutti, però, ricordiamo bene Bill Clinton, la Lewinsky e il blow job di cui la stagista gli fece omaggio sotto il tavolo della stanza ovale.

Il nostro Premier è un porco? Certo, ma è in buona compagnia. E se dovete crocifiggerlo, credo che di motivi ce ne siano di ben più seri e gravi.

C’è una frase-tormentone che gira per la rete. Io voglio ribaltarla e chiedere: e voi, fareste educare i vostri figli dai genitori di Noemi Letizia?

Edoardo Bennato – Dotti medici e sapienti